Evolution Day 2012: la riscossa delle piante
12 febbraio.
Per noi biologi non è una data come un’altra, è il giorno di nascita di Charles Darwin. Ben lungi da noi una celebrazione iconoclastica dell’uomo Darwin, da anni è l’occasione di ritrovarci e parlare di evoluzione a più di 200 anni dalla sua nascita.
Come vi avevo segnalato alla fine del mio precedente post, la settimana che si concludeva con domenica 12 era molto ricca di appuntamenti in giro per l’Italia, ma sicuramente l’occasione di maggiore richiamo è l’Evolution Day organizzato dal Museo di Storia Naturale di Milano, giunto ormai al suo nono anno di vita. Questa manifestazione fino al 2009, anno del bicentenario della nascita, si è chiamata “Darwin Day”, ma dall’edizione successiva ha assunto il nome di “Evolution Day”.
Il tema di quest’anno è stato: “Evoluzione, diversità e risorse del mondo vegetale”. Milano si prepara, più o meno, a ospitare l’Expo 2015 e visto il tema di questo evento (Nutrire il pianeta), si è pensato di parlare proprio del mondo vegetale.
Le giornate sono state piuttosto interessanti, e per chi le avesse perse, ma volesse rivederle, segnalo il sito di “Scienza in rete” che ha ottimamente trasmesso in streaming l’evento e che metterà a disposizione i video degli interventi.
Non vi voglio però tediare con un riassunto fedele della tre giorni. In questo post vorrei invece provare a ragionare su tre degli spunti che mi sono sembrati più interessanti e che penso potrebbero essere raccontati ai nostri ragazzi.
Parto dall’intervento nel primo giorno di Ilkka Hanski, un ecologo dell’Università di Helsinki, vincitore del prestigioso premio Balzan nell’anno 2000. Hanski si occupa di biodiversità e di modelli per il suo studio e ha parlato in particolare di perdita della biodiversità. Il quadro complessivo è allarmante, e i numeri presentati sono quelli che mostrano come l’uomo sia responsabile negli ultimi 100 anni di un picco di estinzione di organismi che ha fatto parlare della sesta grande estinzione di massa (le altre 5 sono spalmate tra 450 e 65 milioni di anni fa). Numeri impressionanti a parte, gli spunti sono stati davvero molti a partire da uno studio che con il suo gruppo sta conducendo in Finlandia. È stato analizzato il microbioma (l’insieme di microrganismi che vivono dentro e sopra i nostri corpi) che si trova sulla pelle di adolescenti finlandesi. Per ogni ragazzo scelto veniva anche analizzata la biodiversità batterica nel raggio di 3 km dalla sua abitazione. I ragazzi sono stati scelti sulla base del luogo in cui vivono: città, campagna e classificati in base alle malattie a base autoimmune a cui erano soggetti (come per esempio l’asma o alcune infezioni croniche dell’apparato digerente). Per farla breve i dati mostrati da Hanski mostravano chiaramente delle correlazioni: le malattie erano più comuni nelle città, dove la biodiversità ambientale era più contenuta e il microbioma sulla pelle di ciascun ragazzo più semplice. La ricerca non da grandi risposte e apre anzi molte domande, ma è indubbio che questi dati ci fanno sempre più pensare che la riduzione della biodiversità non è “solo” un panda che scompare, ma ha delle implicazioni nella vita di tutti i giorni o sulla nostra salute che sono molto più concrete di quanto uno possa immaginare.
Io ho fatto un paio di domande a Hanski. La principale è in realtà molto semplice. Ho chiesto: “Noi scienziati siamo molto bravi con i numeri e le misurazioni, ma i dati ci dicono che questo potrebbe non bastare più: i politici non ascoltano e vanno dritti per la loro strada. Non c’è qualche cosa di più che potremmo fare?” Hanski propone due soluzioni. La prima è quella di continuare a sensibilizzare i politici, perché non possono essere sordi per sempre. Ho guardato Hanski con affetto, perché sono convinto credesse a quanto stava dicendo, ma è proprio evidente che nel nord Europa è un’altra storia e che lui non conosce il nostro paese, altrimenti non l’avrebbe mai detto in Italia. La seconda soluzione proposta da Hanski è più immediata, ed è che ognuno di noi ha un ruolo in questo mondo. Non possiamo sempre pensare che ci sia qualche altra persona a farlo per noi. Lui per esempio ha una casa con un prato e lascia che vi possa crescere di tutto (con poca gioia dei vicini, dice) perché i suoi figli possano crescere circondati da una maggiore biodiversità.
L’intervento di Gabriele Galasso, del Museo di Storia Naturale di Milano, chiamato d’urgenza a sostituire Stefano Mancuso di Firenze a casa con la febbre, si è incentrato sulle piante invasive. Galasso ha mostrato che il concetto di invasivo è molto relativo e che a fronte degli innumerevoli casi di vegetali ormai naturalizzati in nuovi ambienti, in realtà sono molto pochi i casi in cui possiamo dire che le specie stiano creando dei seri problemi alle piante autoctone. Del resto, sottolinea Galasso, anche il pomodoro è una specie aliena, che è ormai diventata vanto nazionale e nessuno più la pensa come invasiva. Inoltre, continua Galasso, certe zone ripariali hanno visto il pullulare della robinia, di sicuro una specie invasiva, ma che gioca un ruolo chiave nel consolidamento di molti terreni abbandonati. Questa chiave di lettura è indubbiamente interessante e ci porta a osservare i problemi sempre da punti di vista alternativi.
Uno sguardo su un mondo lontano che sta diventando sempre più vicino, lo ha dato De-Zhu Li, del Kunming Institute of Botany in Cina. Dall’alto di una impressionante varietà, dovuta alla incredibile vastità geografica, la Cina rappresenta un serbatoio di biodiversità che ha pochi eguali. Pensate che in Italia si trovano le maggior parte delle piante a fiore di tutta l’Europa, circa 7000 specie. Ebbene in Cina ve ne sono circa 68000, vale a dire praticamente 10 volte tante quelle di quelle censite in Italia. I numeri sono impressionanti, ma i cinesi oggi non sono solo una potenza economica, ma anche una nazione con una grande impatto scientifico. Il Kunming Institute of Botany è una realtà molto concreta da un lato legata allo sviluppo dell’agricoltura, ma dall’altro lato ha anche lo scopo di studiare e tutelare la biodiversità. Con un enorme sforzo tutte le piante cinesi verranno nei prossimi anni mappate da un punto di vista molecolare (con quella tecnica nota come DNA barcoding) e verranno raccolti i semi per creare una enorme banca (un luogo dove conservare i semi in condizioni vitali, un enorme serbatoio di biodiversità protetta e potenziale). Queste ricerche spaventano anche un po’. Una delle domande infatti dal pubblico era proprio relativa ai diritti di proprietà di queste costosissime banche dei semi. La proprietà è della singola nazione, ma certe banche accolgono specie di flore non autoctone. Immaginatevi una situazione di difficoltà che porti all’estinzione di importanti specie per l’economia dell’uomo. Una banca (e quindi una nazione) che possiede i semi di quella specie può spostare equilibri politici mondiali. Insomma, gli scenari politici sono ancora da romanzo o fiction, ma si sa che la realtà è sempre pronta a superare la fantasia.
Anche quest’anno l’Evolution Day si è chiuso con una giornata dedicata ai bambini, in cui alcune classi di ragazzi si sono “messe in cattedra” mostrando i loro lavori sull’evoluzione al pubblico. Pubblico che come ormai di abitudine ha risposto in maniera molto positiva. Le sale erano sempre piene e lo streaming molto seguito. In questi tempi bui mi sembra davvero un bel messaggio.
Fonte delle immagini: WikiMedia Commons






1 Marzo 2012
[...] capita spesso su questo canale il mio ultimo post ha generato preoccupazione e un po’ di commenti in un certo numero di persone che leggono [...]