Educazione e ricerca
Lo si legge un po’ dappertutto: in Italia ci sono pochi laureati in materie scientifiche. I dati OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) non mentono e questa è la fotografia dei nostri laureati nel 2007:
Solo il 7% dei nostri ragazzi si laurea in una disciplina scientifica (non se la prendano i colleghi medici, ma loro non sono annoverati tra le discipline scientifiche). Ovviamente, da questo punto di vista ci classifichiamo male rispetto alla media europea, e non solo nei confronti delle nazioni più ovvie (Regno Unito, paesi scandinavi, Francia, Germania), ma anche rispetto a paesi che consideriamo eufemisticamente “secondari” (Lituania, Romania, Polonia, solo per citarne alcuni):
Il dato è ancora più preoccupante quando osservato lungo un arco temporale. La percentuale di laureati scientifici in Italia è in declino negli ultimi dieci anni:
In tanti hanno provato a cercare delle spiegazioni: l’Italia è un paese con una storica, lunga tradizione culturale umanistica; il nostro paese ha una ricchezza artistica unica; le materie scientifiche sono notoriamente difficili; esiste una generale sfiducia verso la possibilità di trovare un impiego dopo la laurea in diverse discipline scientifiche; il primo esame in quasi tutti i corsi scientifici è matematica.
Quale che sia la causa siamo arrivati a livelli che non esito a definire drammatici, tanto che un paio di anni fa gli iscritti a chimica potevano addirittura contare sull’abbuono di buona parte delle tasse universitarie del primo anno. Siamo arrivati al 3×2!
Vi racconto tutto questo perché è appena uscito un lavoro su PLoS Biology che già dal titolo promette di essere interessante: “Integrating Teaching and Research in Undergraduate Biology Laboratory Education” (“Integrare insegnamento e ricerca nei laboratori di biologia per gli studenti universitari”). Ho pensato di parlarne qui, univeristario che scrive in un blog in cui gli insegnanti delle superiori sono i lettori più comuni perché penso che ci troviamo sulla stessa barca; perché in fondo solo pochi mesi di vita separano uno studente del quinto anno e una matricola universitaria; perché certi spunti possono essere validi in senso generale e ultimo, ma non meno importante, perché gli studenti dalle nostre parti si lamentano spesso del fatto che la loro carriera preveda troppe poche attività pratiche.
Mi rendo conto che la situazione universitaria è diversa da quella scolastica. Finché riusciremo a farlo, negli atenei facciamo ricerca e insegniamo. Due attività molto differenti, ma che dovrebbero essere integrate per definizione. Il lavoro di PLoS Biology può essere diviso in due parti: in una viene proposta un’esperienza didattica in realtà molto calata nella realtà universitaria americana, e di questa non vi dico nulla. La parte che invece mi sembra più interessante è la serie di regole che viene proposta per la costruzione di un esperimento che integri la ricerca nella didattica. Queste regole sono dal mio punto di vista piuttosto interessanti, non solo per attività universitarie, ma in generale per ogni esperienza pratica rivolta nei confronti dei ragazzi. Ecco le regole proposte:
1) Limitare le barriere dovute alle competenze tecniche dei ragazzi nella raccolta dei dati. Per definizione i ragazzi sono “inesperti”, ma la loro mancanza di competenze tecniche non deve costituire un limite nella raccolta dei dati. Se una tecnica è troppo difficile da essere padroneggiata nel giro di un tempo breve, sarà svolta dagli operatori, ma gli studenti dovranno comprendere i processi alla base.
2) Impostare dei controlli interni alla raccolta dei dati. I limiti di cui al punto precedente sono inevitabili. È opportuno ripetere la raccolta dati o creare due gruppi di studenti alla raccolta dati per ridurre gli errori dovuti all’inesperienza.
3) Predisporre un set di variabili diverse, ma integrate, per sviluppare le ipotesi. Il modello proposto agli studenti deve presentare un numero adeguato di variabili per permettere agli studenti di percorrere strade alternative. Le variabili dovrebbero però essere tra loro concatenate, al fine di permettere alla discussione di seguire un comune piano concettuale.
4) Accessibilità al database per tutti gli studenti. Gli studenti di ogni anno devono poter accedere ai risultati ottenuti dagli studenti degli anni precedenti. Solo in questo modo è possibile che i dati raccolti quell’anno si integrino nella struttura di un lavoro di ricerca.
5) Esporre i risultati come fosse una vera comunicazione scientifica. Il lavoro finale dovrebbe essere stilato come fosse un articolo di una rivista importante per il dato settore di pertinenza. Gli studenti dovrebbero essere invitati a esporre i risultati come se si trovassero a una conferenza scientifica.
6) Valorizzare le ricerche dei docenti. Le tematiche dovrebbero essere scelte nelle aree di massima conoscenza dei docenti, per raggiungere un alto livello di discussione con gli studenti.
In questo mondo globale è sempre più importante che tutti gli attori che si occupano di didattica si guardino in faccia e si confrontino. Forse questo lavoro può essere una delle basi su cui lavorare.





14 Dicembre 2011
[...] di parlarne un po’ anch’io Parto dalla bellissima e utile riflessione di Maurizio Casiraghi (Educazione e ricerca) perché lo stesso argomento è stato oggetto di discussione in un incontro che si è svolto sabato [...]