Il carnevale della biodiversità #4
Questo è il quarto appuntamento del Carnevale della Biodiversità, l’iniziativa che vede riuniti diversi blog naturalistici italiani. Novità di questa edizione è il fatto che gli organizzatori hanno chiesto a un ospite di coordinare l’iniziativa. Si tratta di Renato Bruni: sul suo blog “Erba Volant” potete trovare le recensioni dei vari pezzi.
I primi appuntamenti del Carnevale della Biodiversità mi avevano visto impegnato a parlare, in un modo o nell’altro, di simbiosi. Cambiamo ora un po’ direzione, dato che il tema di questa edizione si presta molto bene a uno sguardo evolutivo, che è tra l’altro quello che insegno a Milano-Bicocca. Una delle principali battaglie che intraprendiamo noi che ci occupiamo di evoluzione è rivolta all’antropocentrismo. Siamo umani e logicamente mettiamo la nostra specie al centro del mondo. Come diceva il compianto Stephen Jay Gould anche gli scienziati che si dichiarano obiettivi non lo riescono a essere del tutto, perché “la manipolazione inconsapevole dei dati potrebbe essere una norma scientifica, dato che gli scienziati sono esseri umani incastonati in contesti culturali, non automi indirizzati verso la verità oggettiva”.
Ebbene, cominciamo da questa osservazione per parlare di alieni tra noi. In biologia, il termine “alien species” viene utilizzato per indicare una cosiddetta “specie invasiva”, vale a dire un organismo che si è adattato a vivere in una zona differente rispetto a quella che noi avevamo identificato (il suo areale, diremmo in termini tecnici). Attenzione, ho precisato una cosa importante: quella che noi avevamo identificato.
Ma facciamo un esempio per capire meglio di cosa stiamo parlando. Non serve andare molto lontano, usciamo da Milano e andiamo sul lago di Como. Per molti milanesi questa è una rilassante meta da fine settimana primaverile, e può dare la sensazione di entrare in una natura ancora incontaminata, lontana dalle interferenze umane. Se però guardiamo più nel dettaglio ci accorgiamo che non è così. Molte delle piante che ci circondano sono robinia (Robinia pseudoacacia) e ailanto (Ailanthus altissima), mentre nelle acque del lago dreissena (Dreissena polymorpha), un piccolo mollusco bivalve, domina le comunità. Robinia, ailanto e dreissena sono quelle che noi biologi chiamiamo “specie invasive” che hanno colonizzato aree in cui un tempo non erano presenti, spesso modificando in modo sostanziale interi ecosistemi e mettendo in serio pericolo di estinzione numerose specie locali.
Ma come definiamo esattamente una specie invasiva? Non facciamoci trarre in inganno dal termine “invasivo”, perché la faccenda non è semplice come potrebbe sembrare a prima vista. Tutti gli organismi viventi, in un modo o nell’altro, per loro stessa intrinseca natura, si spostano, migrano, colonizzano nuove aree. Nel fare questo possono trovare condizioni sfavorevoli, competitori, parassiti o predatori che ne limitano la diffusione fino a estinguerli, localmente, dalle nuove aree. Ma possono anche incontrare condizioni non avverse, o perfino nicchie ecologiche nelle quali possono prosperare e riprodursi, in modo anche molto efficace, e divenire stanziali. Da un punto di vista evolutivo non ho detto, in queste ultime righe, davvero nulla di strano. La vita sulla terra è costellata di avvenimenti di questo genere. Ecco perciò che quando definiamo l’areale di una specie stiamo dando uno spaccato momentaneo, congelando un fotogramma di un film, ma così come le specie non sono statiche, neppure le aree in cui vivono lo sono.
La definizione di invasività, quindi, non può essere collegata a questa capacità propria della materia vivente. Infatti, una specie viene identificata come aliena o invasiva principalmente in base alla modalità di diffusione. Ecco quindi che le specie invasive sono quelle che si diffondono in nuove aree grazie alle attività, più o meno consapevoli, dell’uomo.
Prima importante affermazione: l’uso del termine “invasivo” riferito alla generica, seppure recente, diffusione esplosiva, ma autonoma, di un organismo vivente, non è biologicamente corretto.
Torniamo ora ai tre casi citati per capire meglio di cosa stiamo parlando: robinia, ailanto e dreissena. La robinia è una pianta nativa del nord America, importata in Europa nel 1601 da Jean Robin, botanico del re di Francia. Dai giardini di Parigi questa pianta, grazie alla sua rapida crescita e all’estrema adattabilità, si è diffusa praticamente in tutta Europa mettendo in crisi specie autoctone quali il castagno e la quercia. Ma la robinia era anche in grado di consolidare terreni franosi ed è abbastanza resistente agli incendi, e per queste ragioni non è stata sufficientemente contrastata e oggi è presente ovunque. Il caso dell’ailanto è per certi versi ancora più emblematico: importato in Italia dalla Cina come fonte alimentare per una farfalla, la Philosamia cynthia, che era considerata una possibile alternativa all’autoctono baco (Bombyx mori) per la produzione di seta. Per una serie di ragioni Philosamia cynthia non è diventata il nuovo baco da seta nel nostro paese, ma il suo cibo, l’ailanto, è sfuggito al controllo e complice anche l’indiscriminato utilizzo in alcune città come fonte di ombra (la crescita della pianta è molto rapida, e può arrivare rapidamente a circa 25 metri di altezza), è divenuto un’infestante molto aggressiva che ora si trova diffusa dalla pianura alle montagne.
Due introduzioni volontarie, quelle di robinia e ailanto, mentre il caso di dreissena si differenzia in quanto rappresenta un’introduzione involontaria. Dreissena è un mollusco bivalve, simile a un piccolo mitile con la conchiglia striata. Originaria del Mar Nero e Mar Caspio, dreissena ha seguito gli spostamenti dei turisti e delle loro barche da diporto, adesa alle chiglie delle imbarcazioni. In queste condizioni dreissena può resistere anche all’aria, perché il mollusco conserva tra le proprie valve dell’acqua, che ne permette la sopravvivenza per un certo periodo. In questo modo dreissena è arrivata, a inizio degli anni ‘70, in Italia, nel Lago di Garda (probabilmente veicolata da barche tedesche). Oggi dreissena è segnalata in altre parti d’Italia, in Spagna e dal 1988 anche in nord America, nella zona dei Grandi Laghi.
Questi esempi sono relativamente recenti nella nostra storia, ma l’uomo è stato da sempre un grandissimo trasportatore di organismi da un luogo all’altro, in modo più o meno consapevole. È certo però che negli ultimi anni il tasso di introduzione di specie aliene sia incredibilmente aumentato, con l’accrescersi delle attività commerciali tra i popoli. Solo un esempio: si calcola che il numero di piante, animali potenzialmente pericolosi e invasivi, o comunque protetti, bloccato alle frontiere cinesi è incrementato di dieci volte negli ultimi 25 anni. Ma la Cina è solo un caso più noto degli altri, perché questi trasporti sono tanto comuni quanto ignorati. La mancanza di controlli su questi traffici viene considerata una delle principali fonti potenziali di specie invasive nel prossimo futuro del mondo. Non possiamo aspettarci che i governi siano in grado di controllare questo fenomeno in modo autonomo. Dobbiamo noi stessi essere protagonisti attivi per far fronte a questa problematica: trasportare consapevolmente organismi vivi (piante o animali) da un luogo di vacanza verso casa non è una buona idea, a meno di conoscere nei dettagli permessi e conseguenze. Rilasciare nell’ambiente in modo indiscriminato degli organismi, perché ci si è stancati di averli in gabbia, in un acquario o nei vasi, non è una buona idea. A volte possono bastare pochi individui di una specie per dare origine a spaventose invasioni. Non dovremmo mai dimenticarlo. Pensate che la grande invasioni di conigli che devastò l’Australia nella seconda metà dell’ottocento partì con buona probabilità da un singolo colono inglese che liberò nella sua tenuta poche decine di esemplari per dilettarsi nella caccia. Un piccolo gesto che ebbe conseguenze nefaste.
La biodiversità è un valore fondamentale per la nostra esistenza su questo pianeta. È giunto il momento che tutti imparino a occuparsene, non solo per il bene degli altri, ma anche per il proprio.





22 Giugno 2011
Ottima la distinzione tra specie invasiva e non che mi appresto a rubarti
L’uomo però è un importante fattore di evoluzione da sempre, tanto che ha letteralmente guidato la comparsa di molte varietà, cultivar, razze e così via da quando ha inventato l’agricoltura e l’allevamento. E’ verissimo che l’uomo ha introdotto tante specie arrecando anche danni però questo non può essere visto come un nuovo modo di rapportarsi con l’ambiente che ci circonda? Io temo che la difesa della biodiversità come mantenimento dello stato attuale sia una lotta persa, non potrebbe essere utile investire i pochi fondi disponibili non per eradicare le specie invasive ma per gestire gli ecosistemi? cioè difendere la biodiversità così come l’abbiamo trovata o difendere la biodiversità in quasiasi forma essa sia ora? Non è una critica ma una vera e proria domanda che sempre più spesso mi pongo.
22 Giugno 2011
[...] punto di pareggio tra gli investimenti e ritorni nella lotta contro di esse. Dal viale della parata spunta ora Maurizio Casiraghi di Continuo Proceso de Cambio, che riprende un tema che mi è stato per certi versi caro in [...]
22 Giugno 2011
Ciao caro Maurizio!
Sentire il Prof. Casiraghi parlare di piante è esaltante !!!
Al solito molto chiaro…. e poi le note storiche relative all’origine di queste 3 specie aliene mi piacciono molto!!!
A presto
Patrizia