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Continuo proceso de cambio

La responsabilità della scienza verso l’ambiente

27 Giu. 2012 | categoria Chiedi all'esperto | Nessun commento

Ci siamo, anche per quest’anno gli scritti dell’esame di maturità sono finiti. Grandi novità per il 2012: i temi sono comunicati per via telematica la mattina stessa dell’esame. Chissà se questo arginerà davvero la classica fuga di notizie?

A parte le considerazioni tecniche mi vorrei soffermare sulla prova di italiano, dove il tema di ambito scientifico era incentrato sulla responsabilità della scienza. Traccia insidiosa, spero i ragazzi se la siano sbrigata, ma a me la tematica richiama alla mente una delle varie facce della ricerca del nostro gruppo: la conservazione. Se sei un biologo e ti occupi di animali, piante e simili, prima o poi nella tua vita lavorativa incappi in qualche problema ambientale, di quelli che i biologi chiamano “tematiche di conservazione”. Temi difficili, a un crocevia in cui scienza, politica e società si confrontano senza avere ben chiaro chi abbia la precedenza.

“Conservare”. Ecco che già da subito, dalla parola stessa, la lingua batte sul dente dolorante. Il concetto è drammaticamente semplice: in virtù del profondo impatto antropico sul mondo che ci circonda, siamo costretti a mettere in atto delle strategie che limitino l’ampiezza dei nostri danni.

L’idea di conservazione è molto cambiata nel corso degli anni. Possiamo dire che le prime aree protette sono state delle zone in cui i potenti signori locali creavano delle riserve di caccia e pesca a loro stretto uso personale. Non è raro trovare esempi odierni che hanno una storia di caccia riservata a pochi alle loro spalle. È il caso per esempio del Bosco Fontana di Mantova, un’area di grande interesse biologico in Pianura Padana.

I primi resoconti del Bosco Fontana risalgono al trecento quando i Gonzaga, i signori che governarono Mantova per circa 400 anni, crearono la loro personale riserva di caccia. Da un punto di vista biologico il Bosco Fontana è un esempio di come doveva essere la Pianura Padana prima dell’intervento di disboscamento per fare spazio alle produzioni agricole che ha contraddistinto il nord Italia. Per questa ragione è un posto unico, una vera oasi per un grande numero di organismi, in una delle regioni più antropizzate della nostra nazione. Da queste considerazioni è partita l’idea di creare la zona protetta.

Tornando al punto di partenza, possiamo dire che l’iniziale idea di conservazione è quindi piuttosto statica: isoliamo un pezzo di ecosistema dal resto del mondo e cerchiamo di non depauperarlo (ulteriormente). Questo tipo di intervento, diciamo “dall’alto”, è stato spesso valutato in modo negativo dagli abitanti locali (specialmente in Italia), che hanno visto le azioni protettive come restrizioni e vincoli alle proprie libertà personali. Certo a questo punto potremmo parlare per qualche ora sulle attitudini dell’abitante italico medio. Invece di pensare al miglioramento della qualità di vita nell’abitare in una zona protetta o alle possibilità economiche in termini di attrattività turistica, molti connazionali sono più legati alla possibilità di costruirsi in libertà un bel box.

Siamo fatti così, ma in realtà anche in molte altre parti del mondo il problema non è così diverso. Nelle regioni in via di sviluppo, che spesso sperimentano dei veri e propri boom economici, gli impatti ambientali sono addirittura ancora più esasperati. Pochi mesi fa mi trovavo sul lago Atitlán, in Guatemala per un nostro progetto di ricerca. Il luogo è pieno di fascino: un grande lago circondato da tre vulcani ricoperti di una lussureggiante vegetazione equatoriale.

Peccato che da pochi anni la plastica abbia fatto la sua comparsa in modo massiccio. Gli abitanti locali sono abituati a produrre rifiuti perfettamente riciclabili che abbandonavano senza problemi nella foresta o sulle rive del lago, che oggi sono in diverse parti, ricoperte di sacchetti non biodegradabili, mentre le acque sono sempre più ricche di fosfati e batteri. È banale criticare questo comportamento, ma intervenire dal lato ricco del mondo è fin troppo facile. Eccolo il crocevia tra scienza, politica e società.

Per cercare di conciliare le diverse posizioni la visione di conservazione si è modificata nel tempo e oggi l’atto di conservare non è più una scelta statica, ma un’operazione molto più attiva. Nella sua moderna accezione la tutela ambientale non costruisce recinti iperprotettivi, ma cerca di integrare le diverse parti della società, in una ipotetica gestione cooperativa delle risorse ambientali.

In Italia un pioniere di questa visione è stato Guido Tosi, docente dell’Università degli Studi dell’Insubria di Varese, prematuramente scomparso pochi mesi fa in un tragico incidente in montagna in Val Formazza. Negli anni Guido Tosi è stato uno dei responsabili della sopravvivenza dello stambecco sulle nostre Alpi, ma accanto a questo era anche un cacciatore. Conservare e cacciare sono due parole che non sembrano andare molto d’accordo, soprattutto se ci fermiamo a un’analisi superficiale. Tuttavia, in luoghi in cui i grandi predatori sono estinti, il prelievo venatorio può diventare una fondamentale azione di contenimento delle popolazioni.

Di una cosa dobbiamo renderci conto: un ambiente in difficoltà, che deve essere protetto, ha degli equilibri che possono essere anche profondamente alterati. Per ripristinare le condizioni più naturali possibili è necessario pensare a strategie di intervento ad ampio respiro. È chiaro, siamo al crocevia tra scienza, politica e società, ma questo è un caso in cui la scienza ha una forte responsabilità. Una protezione assoluta e totale può essere necessaria in certe condizioni particolarmente gravi, ma se riuscissimo a introdurre un concetto di giusto sfruttamento delle risorse eviteremmo di arrivare a questi eccessi.

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Cosa tiene accese le stelle

8 Giu. 2012 | categoria Senza categoria | 2 commenti

Sarà che ci stiamo avvicinando alla fine dell’anno scolastico. Sarà questo momento difficile, con nazioni sull’orlo del baratro. Sarà che “nel mezzo del cammin di nostra vita” ti vengono più pensieri. Sarà quello che sarà, ma il libro di Mario Calabresi (Cosa tiene accese le stelle – Storie di italiani che non hanno mai smesso di credere nel futuro, Mondadori Strade Blu, 2011), mi ha molto colpito, umanamente e professionalmente.

Per molti versi questo post si riallaccia al mio ultimo, quello del carnevale dei libri, ma lo fa seguendo una linea non retta. Infatti i due libri non potrebbero essere più distanti, ma li unisce un minimo comune denominatore, “il sogno”. Quindi non vi preoccupate, non vi voglio recensire un libro, vi voglio parlare di sogni.

Fare l’educatore di questi tempi è un mestiere difficile. Intendo il termine “educatore” in senso ampio, dai genitori, alla scuola, alla famiglia allargata, mentre non intendo tutte le difficoltà più ovvie, legate alla mancanza di lungimiranza e al disimpegno di investimenti nella direzione della cultura e dell’educazione, perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa…

La difficoltà di cui vi parlo è quella nei confronti dei ragazzi che ci troviamo di fronte ogni giorno. Insegnando all’università vedo i ragazzi verso la fine del loro percorso formativo e li trovo, in media, sempre più disillusi. Per molti di loro l’università non è un’opportunità di compiere un balzo di qualità, ma è solo un modo per ritardare il momento in cui “non troveranno lavoro”.

Calabresi riporta una significativa indagine condotta su un gruppo di ragazzi coetanei in tutto il mondo. Una delle domande era la seguente: «Quanto pensate che il vostro futuro e la vostra realizzazione dipendano da fattori esterni alla vostra volontà?». I ragazzi negli Stati Uniti ritengono che questi pesino per il 30 per cento, i loro coetanei in Francia per il 50, mentre per i ragazzi del nostro paese si arriva a oltre il 70 per cento.

Lo sappiamo, gli statunitensi vivono con il mito del “farcela da soli” e quindi non sono completamente attendibili, ma quel 70% urla drammaticamente la nostra resa. Sapete cosa mi spaventa, cosa mi ghiaccia davvero il cuore? Un ventenne a cui non vedo una fiamma in fondo agli occhi, e questo è il paese che stiamo contribuendo a creare. Un luogo in cui i ragazzi non pensano neppure più di potersi “permettere un sogno”.

Vi dicevo che il libro di Calabresi mi ha fatto molto pensare, e soprattutto mi ha fatto rivedere il film della mia vita. Mi sono reso conto di essere stato fortunato, e considero certo il successo, o altri beni materiali che non credo di aver ottenuto. Se dico di essere stato fortunato è perché quello che ha guidato le mie scelte più importanti, la mia voglia di fare, è sempre stato un sogno. Il sogno non è solo immaginazione. Chi non si è mai pensato calciatore, velina o principessa o chissà quanto altro? Il sogno è quella cosa che ti arde dentro e che ti fa pensare che una strada la vuoi percorrere comunque, indipendentemente dai calcoli, dalle valutazioni. Insomma, è quello che non ti fa arrivare a quel 70% del sondaggio.

Un mondo brutto, delle circostanze brutte. Ma tutto questo è sempre colpa degli altri? Non credo, perché anche noi siamo responsabili, e con “noi” intendo tutti gli educatori. È pazzesco dire, quando ho di fronte uno studente valido (e la cosa drammatica è che lo incoraggio pure) che sarebbe meglio che pensi a un futuro all’estero, in un sistema universitario e di ricerca che funzioni. E questo alimenta la sensazione di sconfitta. Nel libro di Calabresi spicca la storia di Loris Degioanni, laurea in ingegneria al Politecnico di Torino, con una tesi molto bella, che ha grandi possibilità applicative. Le realizzerà nella Silicon Valley statunitense, dove crea con un docente prossimo alla pensione un’azienda che mette in pratica le sue idee e che negli anni ha assunto anche 15 ingegneri italiani. Loris parlando con Calabresi la vede così: «L’Italia ha solo investito ma non ha raccolto: ognuno di noi quindici ingegneri è costato 700.000 euro allo Stato italiano: sono le spese per le scuole elementari, le medie, il liceo e l’università. Fai un po’ il conto, sono oltre 10 milioni di euro. Poi ha regalato questo patrimonio agli Stati Uniti, perché è lì che abbiamo portato le nostre conoscenze, la nostra capacità, le nostre esperienze, è lì che abbiamo creato posti di lavoro ed è lì che paghiamo le tasse.»

Ecco in poche parole riassunto il suicidio di una nazione. Non è per campanilismo che dico che abbiamo delle qualità, che non sono solo “pizza, amore, mafia e mandolino”. Eppure da noi è come se ai nostri giovani fosse vietato addirittura pensare di potercela fare.

Parlo a noi formatori: dobbiamo renderci conto che stiamo demoralizzando una generazione, stiamo togliendo loro la capacità di avere un sogno, solo perché non li abituiamo a pensare di averlo. Questa è la nostra responsabilità, di noi che stiamo da questa parte e mi ci metto anche io, sebbene nella “stanza dei bottoni” non ci sia arrivato. E lo sapete perché? È semplice, perché sono un “giovane promettente” e quindi devo ancora “mangiarne di pastasciutta per arrivarci”. Ho messo un virgolettato e non vi dirò da dove arriva, ma sicuramente da una posizione di rilievo nella politica universitaria. Non banalizziamo. Il problema italiano non è solo nella nostra gerontocrazia. È una piaga, basta guardare le posizioni di rilievo: Giorgio Napolitano ha 87 anni; papa Ratzinger, 85 anni; Silvio Berlusconi, 76 anni; Mario Monti, 69 anni. Quanto potremmo andare avanti in questa lista? Meglio fermarsi, altrimenti sembra uno sfogo personale, mentre è proprio il contrario. Il sistema è frustrante, ma che senso ha rovesciarlo addosso ai nostri ragazzi?

Voglio finire con una cosa che mi ha raccontato un amico. Vive a Milano, in un palazzo vicino a un grande supermercato. C’è questo suo vicino che ogni tanto incontra e che arriva spesso con le borse della spesa. Lui lo aspetta, gli tiene aperta la porta, lo saluta, e questo non fa neppure finta di dire “grazie” o “buonasera”. Il mio amico se la prende e pensa per un po’ alle possibili e fantasiose vendette attuabili, ma poi mi dice: “Sai mi sono spaventato, perché ho pensato che se le avessi messe in atto avrebbe vinto lui. Quindi continuo a tenergli la porta aperta e a salutarlo, perché io non sono lui”.

Accidenti, se tutti avessimo dei vicini così il mondo sarebbe migliore. Ma vi siete accorti che tutti noi siamo vicini di qualcuno?

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Un libro nel mio destino

27 Mag. 2012 | categoria didattica | 1 commento

Questa settimana parliamo di libri, unendoci a una iniziativa molto bella, a cui partecipo per la prima volta. Si tratta del Carnevale dei Libri di Scienza, giunto alla sua ottava edizione. Il titolo di questa edizione è molto accattivante: “Un libro nel mio destino” e con il titolo le parole con cui viene lanciato:

Nel destino di ognuno di noi c’è sempre un libro che ricordiamo in modo particolare e che, in un certo senso, ha segnato un punto di svolta nel nostro modo di vivere o di pensare. Gli scienziati non fanno eccezione e non è infrequente sentirne uno arrivato al successo, dire candidamente che a “convincerlo” a dedicarsi alla scienza è stato un libro letto, magari per caso, da bambini.”

Nella mia formazione molti libri hanno giocato un ruolo importante e sono d’accordo i proponenti: alcuni libri sono quelli che ho letto da bambino. Ma qui oggi vi voglio parlare di un libro che ho letto nei miei primi anni di università e che ha rappresentato un punto di svolta nel mio modo di pensare e posso dire tranquillamente che mi ha fatto decidere in che direzione indirizzare la mia formazione. Infatti, se oggi sono un biologo evoluzionista, e se ho uno sguardo pluralista sulla scienza, molto lo devo a “La vita meravigliosa. I fossili di Burgess e la natura della storia” di Stephen Jay Gould, pubblicato negli Stati Uniti nel 1989, mentre l’anno successivo la sua traduzione approda in Italia. Il libro è ormai considerato un classico della biologia, ha ricevuto diversi premi ed è anche stato uno dei finalisti del premio Pulitzer nel 1991.

Gould è un paleontologo e affronta ne “La vita meravigliosa” un tema a lui caro: l’evoluzione della fauna di circa 505 milioni di anni fa, una manciata di milioni di anni dopo quell’evento noto come “esplosione del Cambriano”, il momento evolutivo che ha portato nel giro di pochi milioni di anni alla comparsa della vita come la conosciamo noi oggi. Il sito fossilifero di Burgess Shale, nella Columbia Britannica, in Canada per i biologi è uno dei luoghi scientifici più famosi al mondo e molta di questa fama la si deve sicuramente a S.J. Gould.

La fauna di Burgess ha delle caratteristiche uniche. Sono presenti animali al limite della fantascienza, che rappresentano piani corporei che non hanno lasciato discendenti fino a noi. Uno dei più noti è Hallucigenia:

Altri animali sono invece antenati, o comunque rappresentanti di linee evolutive che ritroviamo anche ai nostri giorni. Un caso molto famoso è quello di Pikaia, predecessore degli attuali vertebrati, ai quali apparteniamo anche noi:

Lo ammetto, sebbene mi piaccia, non sono però un fan sfegatato della paleontologia, ma Gould ne “La vita meravigliosa” riesce a essere coinvolgente ed è difficile non appassionarsi ai destini dei vari protagonisti di una vita sgargiante nei mari di 500 milioni di anni fa. Mi ricordo che alla prima lettura avevo avuto la sensazione di viaggiare in una macchina del tempo in mezzo ad animali dall’aspetto fantastico e dai nomi strani ed esotici.

Da sola questa parte del libro meriterebbe la sua lettura, ma la vera forza del libro è quella di non fermarsi al racconto spettacolare di un pezzo di evoluzione della vita sulla terra. Tuttavia quello che più ha segnato la mia formazione è stata indubbiamente la parte in cui Gould ha mostrato come il caso della fauna di Burgess permettesse di riflettere su come si realizzi un processo evolutivo.

Per esempio, nel capitolo “L’iconografia della speranza” Gould critica l’approccio riduzionista che porta a immaginare il processo evolutivo come lineare e semplice. È il caso della famosa immagine dell’evoluzione dell’uomo (la cosiddetta “marcia del progresso”) che da allora mi diverto a collezionare e criticare, come ben sanno i lettori più assidui:

Accanto a questa critica appare poi la celebre visione (analogica!) del film della vita. Dice Gould che se si potesse riavvolgere il nastro del film della storia dell’evoluzione e lo si riproducesse nuovamente, ma in modo libero, la possibilità di vedere qualche cosa di simile all’intelligenza umana sarebbe virtualmente nulla.

Non avevo mai letto prima parole più chiare e concetti meglio rappresentati. La forza di queste immagini è stata per me fondamentale. Mi sono ritrovato a parlarne anni dopo con altri biologi della mia generazione e sorprendentemente (o forse no) non ero il solo ad aver letto quel libro e aver pensato di non essere più lo stesso studente di biologia di prima.

Con l’immagine de “La vita meravigliosa” in testa ogni anno propongo ai miei studenti una serie di letture oltre il libro di testo. Solo pochi leggeranno davvero quello che propongo e sicuramente lo faranno con occhi diversi da miei. Devo però dire che quelle volte in cui vedo nei ragazzi che mi vengono a fare domande lo stesso sguardo che avevo io dopo la lettura di un libro di Gould, mi si apre il cuore e penso che in fondo questo è uno dei motivi (forse il più importante) per cui faccio questo lavoro.

Fonte delle immagini: WikiMedia Commons

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Conflitti

23 Mag. 2012 | categoria Comportamento | Nessun commento

Sul sito della prestigiosa rivista Science è disponibile da pochi giorni un numero speciale dedicato ai conflitti nella nostra specie. Gli articoli sono liberamente accessibili o grazie all’abbonamento oppure previa semplice registrazione. L’abbonamento a Science costa parecchio, il libero accesso testimonia l’importanza dell’argomento.

Lo spunto per questo speciale è tipicamente di stampo evolutivo: quale è la radice biologica dei conflitti? Il tentativo di risposta permette di tracciare una storia della violenza, della guerra, del razzismo e dei confronti etnici fino al più recente terrorismo internazionale. In mezzo a tante brutture si parla però anche di mediazione e di coesistenza pacifica, due prerogative, spesso difficili da raggiungere, ma tipiche del nostro comportamento sociale.

Credo che la lettura di questi saggi sia molto importante e dia molto da pensare. È innegabile che la competizione per le risorse (siano esse il cibo, il luogo in cui vivere o un partner riproduttivo) è alla base dei conflitti tra specie e tra individui della stessa specie. È così in tutto il mondo vivente, e Homo sapiens non rappresenta certo un’eccezione: che ci piaccia o meno, la violenza è intrinseca ai nostri comportamenti.

Tuttavia il nostro essere animali sociali ci ha permesso di mettere in atto strategie che limitino gli effetti negativi dei conflitti. Tra queste spicca sicuramente il riconoscimento del gruppo sociale (la famiglia allargata), all’interno del quale i conflitti possono essere risolti tramite la ritualizzazione di molti comportamenti. L’appartenenza al gruppo abbassa in genere il livello di rivalità tra i membri, ma pone le basi per lo scontro tra i gruppi. È ben noto infatti che noi siamo più propensi a provare empatia per i membri del nostro gruppo, mentre ci è più facile disumanizzare e allontanare “gli altri”.

I membri di un gruppo sono cementati da esperienze comuni, condivisioni e rituali. Il tutto porta alle religioni, che rappresentano uno dei massimi livelli di ritualizzazione che può sfociare in estremi come il sacrificio del singolo per il (più o meno concreto) bene della comunità.

Gli articoli sono molti, ma tra quelli che mi ha più colpito cito l’olandese Frans de Waal, primatologo da anni in forza alla Emory University di Atlanta, USA. de Waal propone una lettura interessante: è diffusa l’idea che gli uomini siano ancestralmente violenti e guerrafondai, ma l’immagine non è supportata da prove archeologiche e tanto meno dal comportamento dei nostri più stretti parenti: lo scimpanzé comune mostra alcuni atteggiamenti xenofobi, ma i bonobo sono caratterizzati da società molto tolleranti ed empatiche. Proprio l’empatia per de Waal è un importante motore che avrebbe spinto i nostri antenati verso la socialità.

Greg Miller ci porta su un tema molto attuale e tutt’altro che empatico: l’utilizzo di droni nei conflitti soprattutto da parte degli eserciti che hanno molti finanziamenti alle spalle (come quello statunitense). Miller si interroga su quale sia il senso nell’uso di questi mezzi in grado di spiare, uccidere a distanza, senza sacrifici umani da parte dell’esercito che li possiede. Ma cosa vuole dire delegare a una macchina l’uccisione di un nostro simile? Allontanare dalla nostra vista un evento così drammatico alleggerisce le nostre coscienze,  dice Miller, perché rispetto a un missile, per quanto a lunga gittata, il drone ha una maggiore “indipendenza” e forse nel futuro addirittura delle “capacità decisionali”.

La guerra e i mezzi per uccidere non sono per fortuna gli unici temi degli interventi, e Douglas Fry ci espone un’interessante analisi comparativa su tre sistemi sociali che hanno la pace nelle loro costituzioni: una tribù brasiliana, una di nativi americani e l’Unione Europea. Sistemi politici diversi, e forse è possibile criticare alcune conclusioni, ma la ricerca di alcune caratteristiche comuni a queste società rende interessante la lettura: (1) una forte identità sociale; (2) l’interconnesione tra i sottogruppi; (3) l’interdipendenza tra i sottogruppi; (4) presenza di valori non legati alla guerra; (5) simboli e cerimoniali che rinforzano la pace; (6) presenza di istituzioni che gestiscono i conflitti.

Chissà se seguire queste direttive ci potrà portare veramente a vivere senza conflitti. Gli interventi sono molti e sarebbe troppo lungo elencarli tutti, ma ritengo che valga la pena di leggerli tutti, perché ci sono molti aspetti che possono essere discussi con amici, studenti. Insomma, non è una lettura che ci lascia indifferenti.

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In ricordo di S.J. Gould

20 Mag. 2012 | categoria Evoluzione generale | Nessun commento

Come vi avevo anticipato la scorsa settimana eccomi trasformato nel vostro inviato in laguna. A Venezia infatti si è tenuto presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari un convegno a ricordo del biologo evoluzionista americano Stephen Jay Gould a 10 anni dalla sua prematura scomparsa. L’occasione era molto ghiotta per incontrare colleghi di spessore internazionale e quindi vale la pena di fare un piccolo riassunto, citando i presenti di più rilievo.

A fare gli onori di casa, è stato Telmo Pievani, come sapete docente di Milano-Bicocca, ma anche membro dell’Istituto Veneto. La sua breve ma intensa introduzione ha sottolineato la pluralità dell’approccio di Gould alla scienza, uno dei suoi maggiori insegnamenti, se mi è concesso un commento. Gould ha saputo guardare la scienza sempre con gli occhi entusiasti di un novizio, sapendo alternare diversi piani interpretativi.

È stata poi la volta di Richard Lewontin, collega di Gould a Harward, non presente di persona, ma con un messaggio registrato. Lewontin è il coautore con Gould di uno dei lavori di maggiore peso nella storia della biologia: si tratta del famoso articolo in cui partendo dall’architettura di San Marco i due biologi speculano sul concetto di adattamento. Lewontin, con uno stile chiaro ed efficace, con battute di spirito, è riuscito a raccontare in 20 minuti non solo il suo compianto collega, ma anche a lasciar trasparire il suo lato umano. Per quelli che masticano bene l’inglese ecco il video dell’intervento. Ma di tutto questo avremo modo di parlare meglio in futuro.

Di collega in collega ha preso quindi la parola Niles Eldredge, curatore dell’American Museum of Natural History, a cui si riconosce con Gould la paternità di una teoria nota come “equilibri punteggiati” sulla modalità del processo evolutivo, che ha avuto un grosso impatto sulla biologia, tanto che all’inizio i due vennero addirittura tacciati di “eresia scientifica”. Eldredge ha ovviamente ripercorso i momenti che hanno portato i due (allora, parliamo di inizio anni ’70) giovani ricercatori, allo sviluppo della teoria.

È toccato poi a un altro “padrone di casa”, Alessandro Minelli che ha affrontato un tema molto caro a Gould: il concetto di unità di selezione. La domanda è tanto semplice da porre, quanto è difficile rispondere: “quale è il livello della gerarchia del vivente visibile dal processo evolutivo?” Ovviamente il livello dell’individuo è quello più scontato, ma Minelli ha mostrato come non sia sempre facile definire un individuo e come forse più che pensare all’unità di selezione come a una unità di eredità forse ha più senso pensarla come entità in interazione. È ovvio che queste parole non possono che fare piacere a uno che come me si occupa di simbiosi e pensa questo da tempo!

Elisabeth Lloyd, della Indiana University,  ha poi portato la discussione su un altro piano, perché dopo i primi interventi da parte di biologi lei ha portato lo sguardo di un filosofo della scienza. L’argomento è di quelli di sicuro interesse: l’evoluzione dell’orgasmo femminile. Per quanti si stanno scandalizzando posso dire tranquillamente che si tratta di un tema sempre legato al concetto di adattamento. Lloyd ha scritto un libro in proposito, di recente tradotto in italiano:

Il tema è molto interessante e ancora dibattuto: l’orgasmo femminile ha una funzione adattativa (in qualche modo per incrementare il concepimento) oppure la sua comparsa non è direttamente connessa a un adattamento? Una risposta definitiva non c’è, ma è possibile che l’orgasmo femminile possa essere un prodotto collaterale del processo evolutivo, almeno nella sua fase iniziale non correlato a un adattamento.

Il ritorno ai biologi è stato poi schioppettante con Gerd Müller, dell’Università di Vienna, uno dei ricercatori impegnati in quella branca nota come Evo-Devo e grande sostenitore della necessità di una nuova sintesi in evoluzione che superi il paradigma neodarwiniano che ha dominato gli studi evolutivi fino a un decennio fa. Tra gli addetti ai lavori circola il nome di Sintesi Estesa per questa nuova fase, che è anche il titolo della raccolta di interventi curata da Müller con Massimo Pigliucci:

È toccato quindi a Ryan Gregory, della University of Guelph, Ontario (Canada), spostare il pallino sull’evoluzione del genoma, proponendo una lettura molto interessante sull’evoluzione molecolare. Anche lui è stato editore di un libro molto interessante, anche se molto diretto agli addetti ai lavori:

Gli ultimi due interventi di cui vi voglio parlare sono stati quelli di Ian Tattersall, collega di Eldredge all’American Museum of Natural History, e di Guido Barbujani, dell’Università di Ferrara, che si sono concentrati sull’evoluzione dell’uomo. Tattersall con uno sguardo da paleontologo, mentre Barbujani con quello del genetista di popolazione. I due interventi hanno sottolineato la strutturazione a cespuglio del nostro albero evolutivo, un tema molto caro a Gould e la totale incoerenza di ogni discorso di differenziazione  razziale sulla nostra specie.

E tutto ciò mi permette di finire con una citazione tratta da “La vita meravigliosa”, uno dei libri di Gould che ha formato una vasta schiera di biologi a cui appartengo.

Il tema del libro è la descrizione della fauna fossile di più di 500 milioni di anni fa in uno dei depositi più famosi al mondo, quello di Burgess Shale nella Columbia Britannica, in Canada. Questa è la frase:

“Se potessimo riavvolgere il film della vita riportandolo sino al tempo lontano degli organismi di Burgess, la probabilità che dal replay venisse fuori qualcosa di simile all’intelligenza umana è trascurabilmente piccola.”

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