La responsabilità della scienza verso l’ambiente
Ci siamo, anche per quest’anno gli scritti dell’esame di maturità sono finiti. Grandi novità per il 2012: i temi sono comunicati per via telematica la mattina stessa dell’esame. Chissà se questo arginerà davvero la classica fuga di notizie?
A parte le considerazioni tecniche mi vorrei soffermare sulla prova di italiano, dove il tema di ambito scientifico era incentrato sulla responsabilità della scienza. Traccia insidiosa, spero i ragazzi se la siano sbrigata, ma a me la tematica richiama alla mente una delle varie facce della ricerca del nostro gruppo: la conservazione. Se sei un biologo e ti occupi di animali, piante e simili, prima o poi nella tua vita lavorativa incappi in qualche problema ambientale, di quelli che i biologi chiamano “tematiche di conservazione”. Temi difficili, a un crocevia in cui scienza, politica e società si confrontano senza avere ben chiaro chi abbia la precedenza.
“Conservare”. Ecco che già da subito, dalla parola stessa, la lingua batte sul dente dolorante. Il concetto è drammaticamente semplice: in virtù del profondo impatto antropico sul mondo che ci circonda, siamo costretti a mettere in atto delle strategie che limitino l’ampiezza dei nostri danni.
L’idea di conservazione è molto cambiata nel corso degli anni. Possiamo dire che le prime aree protette sono state delle zone in cui i potenti signori locali creavano delle riserve di caccia e pesca a loro stretto uso personale. Non è raro trovare esempi odierni che hanno una storia di caccia riservata a pochi alle loro spalle. È il caso per esempio del Bosco Fontana di Mantova, un’area di grande interesse biologico in Pianura Padana.
I primi resoconti del Bosco Fontana risalgono al trecento quando i Gonzaga, i signori che governarono Mantova per circa 400 anni, crearono la loro personale riserva di caccia. Da un punto di vista biologico il Bosco Fontana è un esempio di come doveva essere la Pianura Padana prima dell’intervento di disboscamento per fare spazio alle produzioni agricole che ha contraddistinto il nord Italia. Per questa ragione è un posto unico, una vera oasi per un grande numero di organismi, in una delle regioni più antropizzate della nostra nazione. Da queste considerazioni è partita l’idea di creare la zona protetta.
Tornando al punto di partenza, possiamo dire che l’iniziale idea di conservazione è quindi piuttosto statica: isoliamo un pezzo di ecosistema dal resto del mondo e cerchiamo di non depauperarlo (ulteriormente). Questo tipo di intervento, diciamo “dall’alto”, è stato spesso valutato in modo negativo dagli abitanti locali (specialmente in Italia), che hanno visto le azioni protettive come restrizioni e vincoli alle proprie libertà personali. Certo a questo punto potremmo parlare per qualche ora sulle attitudini dell’abitante italico medio. Invece di pensare al miglioramento della qualità di vita nell’abitare in una zona protetta o alle possibilità economiche in termini di attrattività turistica, molti connazionali sono più legati alla possibilità di costruirsi in libertà un bel box.
Siamo fatti così, ma in realtà anche in molte altre parti del mondo il problema non è così diverso. Nelle regioni in via di sviluppo, che spesso sperimentano dei veri e propri boom economici, gli impatti ambientali sono addirittura ancora più esasperati. Pochi mesi fa mi trovavo sul lago Atitlán, in Guatemala per un nostro progetto di ricerca. Il luogo è pieno di fascino: un grande lago circondato da tre vulcani ricoperti di una lussureggiante vegetazione equatoriale.
Peccato che da pochi anni la plastica abbia fatto la sua comparsa in modo massiccio. Gli abitanti locali sono abituati a produrre rifiuti perfettamente riciclabili che abbandonavano senza problemi nella foresta o sulle rive del lago, che oggi sono in diverse parti, ricoperte di sacchetti non biodegradabili, mentre le acque sono sempre più ricche di fosfati e batteri. È banale criticare questo comportamento, ma intervenire dal lato ricco del mondo è fin troppo facile. Eccolo il crocevia tra scienza, politica e società.
Per cercare di conciliare le diverse posizioni la visione di conservazione si è modificata nel tempo e oggi l’atto di conservare non è più una scelta statica, ma un’operazione molto più attiva. Nella sua moderna accezione la tutela ambientale non costruisce recinti iperprotettivi, ma cerca di integrare le diverse parti della società, in una ipotetica gestione cooperativa delle risorse ambientali.
In Italia un pioniere di questa visione è stato Guido Tosi, docente dell’Università degli Studi dell’Insubria di Varese, prematuramente scomparso pochi mesi fa in un tragico incidente in montagna in Val Formazza. Negli anni Guido Tosi è stato uno dei responsabili della sopravvivenza dello stambecco sulle nostre Alpi, ma accanto a questo era anche un cacciatore. Conservare e cacciare sono due parole che non sembrano andare molto d’accordo, soprattutto se ci fermiamo a un’analisi superficiale. Tuttavia, in luoghi in cui i grandi predatori sono estinti, il prelievo venatorio può diventare una fondamentale azione di contenimento delle popolazioni.
Di una cosa dobbiamo renderci conto: un ambiente in difficoltà, che deve essere protetto, ha degli equilibri che possono essere anche profondamente alterati. Per ripristinare le condizioni più naturali possibili è necessario pensare a strategie di intervento ad ampio respiro. È chiaro, siamo al crocevia tra scienza, politica e società, ma questo è un caso in cui la scienza ha una forte responsabilità. Una protezione assoluta e totale può essere necessaria in certe condizioni particolarmente gravi, ma se riuscissimo a introdurre un concetto di giusto sfruttamento delle risorse eviteremmo di arrivare a questi eccessi.
















